venerdì 1 luglio 2011

CANTARE IN CORO

Andiamo al compleanno di B., seconda media, in una cascina ai margini della città dove vive, una città piuttosto grande. Panini, patatine, coca-cola. I bambini giocano: sono stati forniti di pistole a acqua cinesi da due euro l’una e si inseguono sghignazzando e stonfandosi. Dopo un po’ sono completamente bagnati, ma è tutto previsto: hanno su il costume e i genitori hanno portato un cambio. 
Poi viene il momento della torta, candeline e tutto. La cosa bella e sorprendente è che B. e le sue amiche, compagne di classe e di coro, a un certo punto accordano le voci in cinque secondi e si mettono a cantare. Musica da coro del ‘900: Britten, mi dicono. Nessuno lo ha chiesto, nessuno le ha incoraggiate. Va bene, sanno di avere un piccolo pubblico di genitori e amici, ma non è per questo che cantano. E’ roba loro, è una cosa bella che appartiene a ciascuna di queste bambine e che è probabile farà per sempre parte della loro vita. Hanno l’aria contenta mentre lo fanno e non importa che L. arricci il naso e dica che in fondo non è che cantino poi così bene.
Avrà ragione, lei se ne intende e io no, ma a me pare lo stesso una cosa meravigliosa e piena di poesia. E mi pare la dimostrazione che alla gente bisogna provare a dare cose belle e importanti fin dall’inizio. Se uno cresce solo tra cartoni animati scemi e videogiochi, quella resterà tra le sue esperienze originarie e quella solo gli apparterrà. 
La fatica e la disciplina necessarie per impadronirsi della capacità di cantare o di suonare, o per sviluppare un interesse autentico per qualcosa di serio, hanno certamente un costo. Poi c’è anche un rischio: quello di sottoporre un bambino/ ragazzo a una pressione che non è in grado di sostenere e che non capisce, perché quello che gli si propone non gli interessa e non riesce a prenderlo, col rischio del rigetto. E poi un altro rischio, quello di fare di un bambino un piccolo spostato, un microdisadattato in un mondo di piccoli teppisti abituati ad un orizzonte fatto di contemporaneità piatta, di just-in-time senza nessuna dimensione della profondità. Ma sono rischi non del tutto nuovi, anzi, anche se forse oggi sono più pericolosi di prima.
Come si rimedia? Non lo so, non ho nessuna certezza e non sono in grado di avere io, figuriamoci di dare agli altri, garanzie di successo. Penso che per prima cosa queste passioni devi averle tu e devi dare un qualche genere di esempio, far capire che la vita si nutre di questo e non può farne a meno, altrimenti non ha nessuna consistenza. Poi creare le condizioni che permettano a qualcosa di mettere radici prima dell’età del rifiuto totale globale, che diventi “suo” prima che decida che qualsiasi cosa viene da te è una schifezza. E qui se serve forzare un po’ (non troppo), credo che lo si debba fare, con prudenza. Poi viene comunque il difficile: trovare il modo di seguire e spingere senza invadere e interferire, sapendo che la tua presenza è sempre eccessiva, ma anche che se non ci sei tu c’è qualcun altro o qualcos’altro, che molto spesso è peggio. E questo è davvero un problema.
Comunque cantare in coro è una bella cosa. Non ci mettiamo qui a cercare di stabilire se in assoluto sia meglio di altre forme di espressione, ma saperlo fare non esclude saper fare altre cose. E significa comunque saper andare d’accordo facendo, saper andare a tempo con altri. Quando al rugby arrivano a giocare squadre di ragazzi inglesi, guarda caso scopriamo che, dopo averci solennemente pettinato in partita (succede quasi sempre, stiamo crescendo ma raramente riusciamo a giocare alla pari…), nel terzo tempo questi cantano: hanno delle cose che fanno parte della loro tradizione e le cantano insieme. Non sempre particolarmente bene, ma cantano insieme. E noi neanche là riusciamo a fare altrettanto: i nostri cantano solo “Viva la figa e l’arcobaleno”, oppure “Il pilone ha il cazzo che è un cannone”. E giustamente coach S. ha detto che questa roba non la vuole sentire. Ma va da quello a niente:  trovare o inventarsi qualcos’altro pare impossibile. Ed è un peccato.
A scuola dovremmo tenerci davanti questo come uno degli obiettivi fondamentali. Va bene fare in modo che imparino a studiare, a stare sulle questioni, a raccogliere informazioni e elaborarle. Per fare questo ci vuole concentrazione e fatica bruta, non discuto, anzi. Ma dovremmo sempre preoccuparci del fatto che spessissimo rischiamo di suscitare disgusto e disaffezione, di far andare infracuor agli studenti le cose bellissime che proviamo a metter loro sotto il naso.
Questo è un altro dramma, che ci deve far riflettere continuamente su come proporre, su come far lavorare i ragazzi su cose che restano (per certi aspetti inevitabilmente) lontane da loro e estranee alla loro esperienza personale, alla quale restano naturalmente attaccati come le famose cozze allo scoglio. Piuttosto di uno che ripete ordinatamente cose che non capisce e non sente e di cui non gliene frega, è meglio (e ha più probabilità di salvarsi la vita) uno che sì è costruito due passioni vere e ha coltivato due curiosità profonde. Per questo quando senti delle ragazzine che cantano in coro pensi che la loro vita per tanti aspetti forse è già salva, ed è una piccola consolazione.

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