Michel Epstein e Irène Nemirowski |
Proprium humani ingenii
est odisse quem laeseris.
Tacito, Agricola, 42
Per quanto ne so i fatti sono più forti dei sentimenti. Ho visto spesso
le persone cambiare modo di pensare e di essere a seconda della
situazione in cui si trovano, più raramente il contrario.
Certo, se
qualcuno è animato da convinzioni profonde e ha forza abbastanza può
portarsi dietro molti altri e cambiare la storia. Oppure qualcuno può
rifiutare di adattare le proprie idee al modo in cui le cose cambiano
e lasciarci le penne in vari modi, tipo buttarsi da un dirupo o
impazzire. Ma il più delle volte la gente accetta e sopravvive,
sopportando compromessi più o meno pesanti.
Questo
discorso si può provare ad applicare a tutte le dimensioni, dai
bambini che giocano ai giardinetti alla grande storia, ma se provassi
adesso a farne uno degli enigmi fondamentali della condizione umana e a
ragionarci sopra non riuscirei a reggere il respiro del discorso. Mi
limito a tirare un filo partendo dalla Suite
francese di Irène Nemirowski, che finalmente
ho letto.
Ne
avevo accennato qui:
la Suite
è il tentativo di una grande epica della sconfitta, costruita in
presa diretta negli anni dell'occupazione tedesca, alla presenza di
tutto il presente, quel presente lì, in particolare della necessità
non tanto di elaborare il lutto patriottico sul piano morale o
ideale, ma prima di tutto di convivere con chi detiene il dominio e
quotidianamente te lo esercita sulla testa. Anche se non hai alti
ideali e il tuo unico scopo è di tirare avanti e salvare la pelle,
col dominio non si scherza, specie quando sai bene che, per quanto a
volte possa presentarsi con modi corretti e perfino forbiti, sa
facilmente essere spietato e non rispondere ad altra logica che a
quella, appunto, del dominio. Ebbene: di fronte al dominio il popolo
non solo accetta prevalentemente le forme di adattamento che a
ciascuno promettono il massimo di comodità nell'immediato, ma lo fa
in genere scavalcando agilmente vari tipi di barriera interiore,
dalle remore morali ai ruoli sociali agli affetti. Naturalmente le
cose non vanno sempre così; alcune delle forme di compromesso
praticate permettono di conservare quote di dignità anche
significative, fattore che distingue dagli altri alcuni personaggi,
più o meno positivi, in un paesaggio umano i cui colori dominanti
sono il giallo della vigliaccheria e il verde livido della
meschinità. Dunque tra quelli che si salvano ci sono prima di tutto
i grigi signori Michaud, marito e moglie impiegati di banca, il cui
profilo disegnato a matita vediamo galleggiare con tratti umani fra
la necessità di trovare il necessario e il dovere di non venir meno
al dovere. Che non è solo quello di fare il possibile per ritrovare
il figlio soldato Jean-Marie (che loro presumono sconfitto e
prigioniero dei tedeschi e invece è ferito e accudito da una
famiglia contadina), ma è soprattutto quello di trovare appunto
l'equilibrio impossibile tra il rispetto di sé e la distanza da un
pericolo che comunque è tutto intorno e non lascia prevedere da che
parte e sotto che forma arriverà precisamente la minaccia.
Intorno
a questo nodo ricordo di avere ragionato (ormai tantissimo) tempo fa,
quando un esame di concorso mi ha costretto per mia fortuna a
tradurre quello straordinario monumento alla dignità che è
l'Agricola
di Tacito. Vivi in un tempo difficile in cui la libertà è merce
rara e improbabile e vuoi costruire un piccolo ma resistente memoriale
per il padre della tua donna, un uomo che hai ammirato e al quale hai
voluto bene sul serio. Allora quello che racconti di lui non sono
solo “le imprese” (cioè l'intelligenza e l'equilibrio, il senso
di responsabilità e l'attenzione al bene collettivo...), ma
soprattutto la difficoltà di sopravvivere quando essere bravi e
onesti significa automaticamente veder cadere su di sé il sospetto
di un potere meschino e miope ancora più che crudele, contro il
quale quindi devi stare basso e coperto, sacrificando non tanto le
ambizioni, quanto la possibilità di far emergere agli occhi degli
altri con sufficiente chiarezza il dritto e lo storto: “Sciant,
quibus moris est inlicita mirari, posse etiam sub malis principibus
magnos viros esse, obsequiumque ac modestiam, si industria ac vigor
adsint, eo laudis excedere, quo plerique per abrupta, sed in nullum
rei publicae usum ambitiosa morte inclaruerunt”1.
E'
in questo modo che Agricola diventa il prototipo del funzionario che
in tempi migliori avrebbe potuto diventare un grande uomo di stato e
che invece, per poter comunque dare alla sua azione una qualche
efficacia, deve costruire un compromesso che da un lato gli dia
abbastanza spazio per agire, dall'altro gli mantenga un sufficiente
senso di sé. Pericoloso? Pericolosissimo, oltre che difficile. Ma
certamente non indegno. E magari, come si diceva, più utile e valido
di certi eroismi sfolgoranti. E ricordiamoci che il Tacito che dice
queste cose in realtà gli eroismi sfolgoranti li ammira e li
riconosce e ne capisce pienamente il senso, come si vede dal fatto
che combina la celebrazione di questo maestro della disambizione con
la piena consapevolezza dell'ambiguità tragica del dominio romano e
del suo sogno di civiltà, la consapevolezza che esprime mettendo in
bocca al nemico Calgaco, capo dei Britanni ribelli, un discorso tanto
lucido, scintillante e indistruttibile da restare intatto e
ripetibile quasi per intero oggi, adesso, per tante parti del mondo2.
Un
compromesso altrettanto grande e difficile, per quanto apparentemente
del tutto differente, deve trovare Lucile Angelier, la protagonista
della seconda parte della Suite
francese.
Lucile è una donna giovane e bella, infelicemente sposa di Gaston,
grossolano borghese che la tiene in casa come elemento decorativo e
intanto mantiene un'amante e una figlia a Digione. Da quando Gaston è
in guerra, prima combattente e poi prigioniero, Lucile vive sola con
la madre di lui, occhiuta custode dei beni di famiglia convinta,
guarda un po', che la nuora non sia degna del figlio e che non lo
abbia mai amato. Quando poi la guerra porta i tedeschi in paese e
impone alla famiglia Angelier di ospitare in casa Bruno von Falk,
ufficiale tedesco dalle bellissime mani, sensibile, colto e
musicista, la situazione diventa pericolosa soprattutto per Lucile,
che si accorge naturalmente di sentirsi più simile e vicina a questo
nemico e oppressore di quanto non sia mai stata al grasso giovanotto
che le hanno dato per marito. Qui non diciamo come va a finire la
cosa: se vinceranno i sentimenti, che portano Lucile e Bruno a
desiderare ardentemente e ingenuamente una libertà di amarsi che in
tempi di guerra sembra più impossibile di sempre, o avrà il sopravvento il solito
potente tritatutto della Storia. Diciamo solo che se questi amori tra
nemici, against
all odds,
che da sempre la letteratura (eccetera) cerca di usare come antidoto
all'istinto della guerra, funzionassero davvero, avremmo risolto il
problema da un pezzo. Ma poi resta il fatto che questa cosa dei
sentimenti rispetto ai quali, quando li proviamo, non solo la guerra
e l'appartenenza alla nazione, ma anche un sacco di altre costruzioni
sociali ci sembrano idiozie insensate e trascurabili da eliminare il
più rapidamente possibile, torna fuori e resiste e si ripresenta. E
funziona: magari non nel senso che elimina le guerre e le altre
sovrastrutture sociali, meno pericolose ma a volte ugualmente
parecchio crudeli, ma se non altro nel senso che noi le capiamo
benissimo e portiamo dichiaratamente per l'amore e il suo trionfo e
vogliamo che gli amanti si amino e siano felici. Forse qualche volta
succede, ma nell'insieme l'impressione è che no. Per esserne sicuri
si dovrebbe poter chiedere a Gesù, il quale, come è noto, possiede
la misura di tutto. E però naturalmente tace e non ce la dice per
non farci le cose troppo facili.
Insomma:
la vecchia Angelier fonde e confonde il suo amore-attesa del figlio
Gaston con il suo odio per il tedesco occupante. Così da un lato la
vediamo quotidianamente chiudersi in camera al buio e fingere in una
specie di delirio di avere lì il suo Gaston, parlandogli come se
fosse piccolo e dandogli carezze e baci e sistemandogli i vestiti
come se fosse presente; dall'altro la vediamo ritrovare complicità
con Lucile quando scopre che questa, rischiando e facendole rischiare
la morte, nasconde in casa un contadino ricercato per aver ucciso un
tedesco. E Lucile combatte la sua guerra contro la guerra agitando la
sua unica inconsistente arma, il suo incerto sentimento coltivato nel
clima più sfavorevole, parlando delicatamente col suo tedesco in
giardino mentre intorno la furia infuria e la morte è dietro ogni
cantonata. E il tedesco vincitore si rammarica che sia così
difficile farsi accettare e magari amare da chi si è sconfitto, come
se la distanza tra la Storia e le persone fosse enorme, come se la
prima non dovesse, come invece fa, scavare abissi tra le seconde. “E'
la vecchia storia”, dice von Falk: “Es
ist die alte Geschichte”3,
pensando all'ostinato risentimento dei francesi. E' come se Giulio
Agricola non capisse perchè i Britanni non si mettano quieti. E la
differenza è che invece Agricola lo capisce benissimo, o almeno lo
capisce Tacito.
C'è
almeno un altro grande amore di guerra franco-tedesco che mi torna:
molto meno svolazzante di quello, pure vero e drammatico, di Lucile,
e invece ruvido e agreste e povero e bellissimo. E' quello del
tenente
Maréchal (Jean
Gabin) aviere francese fuggito da una prigione di guerra, che nel
tentativo di attraversare mezza Germania per tornare a combattere, si
rifugia a un certo punto in un fienile con il compagno di fuga,
l'ebreo Rosenthal, ferito e allo stremo delle forze, e viene scoperto
da Elsa (Dita Parlo) la donna tedesca rimasta sola con la figlia
nella piccola fattoria mentre il marito è al fronte. Maréchal non
suona il piano e non è raffinato e sensibile, ma è chiaro che
questo non ha nessuna importanza per Elsa, che sceglie di non
scappare e non cercare aiuto per tenersi accanto quell'uomo forte e
gentile, che si può prendere cura di lei e della bambina e aiutarla
a combattere la solitudine oltre al freddo e alla fame4.
Anche qui non diciamo se vince l'amore o la realtà, ma dell'amore ci
sembra di poter certificare almeno l'intensità, visto che della
durata è giudice (non imparziale, anzi, parte completamente in
causa) soprattutto la solita Storia bastarda. Se poi la verità
dell'amore si possa misurare principalmente sull'intensità e non
richieda la durata (eterna, tipo) come suo fattore essenziale, è
cosa che, ancora, andrebbe chiesta (al di là dei preti,
naturalmente) a Gesù. Il quale però, come si è detto.
Molto
molto bene doveva volere a Irène Nemirowski il marito Michel Epstein
che, quando lei viene arrestata dalla polizia francese e deportata
dai tedeschi come ebrea, la cerca e fa inutilmente di tutto per
riuscire a riscattarla, anche quando lei è già morta ad Auschwitz,
nell'agosto del '42, e lui ancora non lo sa. Alla fine, meno di tre
mesi dopo, anche lui viene preso e mandato alle camere a gas. Suite
francese
è incompiuto: Irène ci lavora sopra fino agli ultimi giorni della
sua vita libera. L'11 luglio del '42, a Issy-l'Eveque dove si è
rifugiata, scrive ancora, nella pineta, seduta sul suo maglione blu
«come
su una zattera in mezzo a un oceano di foglie putride inzuppate
dal temporale della notte scorsa, con le gambe ripiegate sotto di
me»5.
Il 13 luglio vanno a prenderla e la portano via. Una donna così.
1
“Sappiano, quelli che tendono a provare ammirazione per chi supera
il confine della legalità, che anche sotto cattivi principi possono
esservi grandi uomini, e che l'obbedienza e il senso di
responsabilità, se accompagnati da operosità ed energia,
raggiungono lo stesso grado di gloria a cui molti sono arrivati in
modo spettacolare e improvviso grazie a una morte sensazionale ma di
nessuna utilità per lo Stato”. Tacito,
sempre
Agricola, 42. La traduzione è mia perchè
quella che ho trovato non mi piaceva...
2 Tacito, Agricola, 30-32.
3 Suite francese, Adelphi, Milano 2011, p.327.
4 Il film è il bellissimo La grande illusione (1937) di Jean Renoir. Non ho trovato la scena in rete, solo un trailer dell'epoca che però è interessante: contiene tra l'altro la scena della delusione dei prigionieri russi che, ricevuta dalla zarina una grande cassa, la aprono pieni di speranza credendo di poter spartire un po' di cibo coi compagni di prigionia che hanno sempre diviso con loro i propri pacchi. Ma, aperta la cassa, la trovano piena di mortificanti e inutili volumi: “Oh! Libri...”. Un altro grande film con un incredibile amore franco-tedesco è Broken Lullaby (The Man I Killed) - 1932 - di Ernst Lubitsch. Magari altrove...
5 Myriam Anissimov, Postfazione a Suite francese, Adelphi, Milano 2011, p.412
2 Tacito, Agricola, 30-32.
3 Suite francese, Adelphi, Milano 2011, p.327.
4 Il film è il bellissimo La grande illusione (1937) di Jean Renoir. Non ho trovato la scena in rete, solo un trailer dell'epoca che però è interessante: contiene tra l'altro la scena della delusione dei prigionieri russi che, ricevuta dalla zarina una grande cassa, la aprono pieni di speranza credendo di poter spartire un po' di cibo coi compagni di prigionia che hanno sempre diviso con loro i propri pacchi. Ma, aperta la cassa, la trovano piena di mortificanti e inutili volumi: “Oh! Libri...”. Un altro grande film con un incredibile amore franco-tedesco è Broken Lullaby (The Man I Killed) - 1932 - di Ernst Lubitsch. Magari altrove...
5 Myriam Anissimov, Postfazione a Suite francese, Adelphi, Milano 2011, p.412
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